A Londra e New York la loro apertura è come un evento. I negozi a tempo possono essere la soluzione per chi vuole sondare il terreno in una nuova città oppure ha un’idea nuova da sperimentare sul mercato. In rapida diffusione anche nelle grandi città italiane: finora quasi solo a Milano, da quest'anno anche a Roma, Torino, Bari, Napoli, Bologna e Firenze. I suggerimenti e i requisiti per aprirne uno
di GIANLUCA MEZZOFIORE“La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo”. Lo diceva il famoso sociologo Zygmunt Bauman appena tre anni fa, analizzando le strutture sociali del mondo globalizzato. Nell’era post-moderna, infatti, tutto è improntato ai principi di fluidità e rapidità. Tutto si dissolve e ricostruisce da un giorno all’altro. Anche le modalità di distribuzione risentono di questa “liquidità”.
Così in Gran Bretagna prima e a New York poi sono nati i cosiddetti pop-up store, i negozi che, come dice la parola stessa, “compaiono” all’improvviso e, nel giro di qualche mese, chiudono i battenti. In Italia il fenomeno è sbarcato nel 2007. C’è chi li chiama “negozi precari”, in ossequio alle incertezze provocate dalla crisi economica, e chi ne elogia il carattere fugace, mutevole, che farebbe scattare nel consumatore la sensazione di partecipare, una volta varcata la soglia del negozio, ad un evento di tendenza, unico nel suo genere.
Nel frattempo i “temporary shop” – questo il nome dello spazio che viene concesso a un brand per la vendita – si moltiplicano a vista d’occhio nelle principali città italiane, tanto che nel maggio 2008 un’associazione ha deciso di raggruppare gli operatori economici e i titolari delle location sotto un unico marchio. È nata così Assotemporary, l’associazione italiana del temporary shop: “Era un fenomeno in fase embrionale, scarsamente regolamentato – spiega Massimo Costa, responsabile di Assotemporary –, noi ci siamo costituiti come associazione nazionale di categoria proprio per promuovere, organizzare e coordinare gli imprenditori che vogliono intraprendere questo tipo di attività commerciale. Abbiamo più di 40 associati in tutta Italia, buona parte dei quali provengono da Milano. Dal 2009 però ci siamo allargati ad altre città italiane come Roma, Torino, Bari, Napoli, Bologna e Firenze”. Uno degli obiettivi a breve termine di Assotemporary è quello di organizzare anche corsi di formazione: “Saranno utili sia per gli operatori che per gli stessi addetti – sottolinea Costa -, perché, come si può immaginare, vendere mobili antichi o vestiti non è proprio la stessa cosa. Ci vogliono caratteristiche diverse che si possono acquisire con seminari mirati”. Ma quali sono i requisiti per aprire un temporary shop? “La prima condizione è naturalmente quella di disporre di uno spazio – continua Costa –, ma non è necessario essere proprietari, perché il contratto che abbiamo elaborato non è quello d’affitto, bensì rientra nella tipologia dei contratti di servizio”.
Un altro aspetto riguarda la vetrina del futuro negozio, che deve essere “visibile e attrattiva, in una zona commercialmente interessante, preferibilmente di in una città importante come un capoluogo di provincia”. Infine il gestore della location deve avere “tempo e voglia da dedicare all’attività, soprattutto per quanto riguarda la promozione e la comunicazione alle aziende”. Se inoltre l’imprenditore ha la possibilità di dedicare tempo anche alla vendita, “questo è sicuramente un servizio in più che si offre ai clienti – aggiunge il responsabile di Assotemporary –, altrimenti si può decidere di delegare all’azienda la vendita, con la formula del temporary retailer”.
Un impulso a questo tipo di attività viene dalla mancanza di vincoli, in termini legislativi, sulla licenza commerciale: “Si possono vendere per sei mesi tecnologie informatiche – commenta Costa –, e per i sei mesi successivi capi d’abbigliamento”. Così il fenomeno del negozio a tempo cresce in modo esponenziale, suscitando interesse nei media e nell’opinione pubblica. È proprio di questi giorni la notizia che a Milano ha aperto il primo temporary shop librario italiano. Si chiama “121” ed è specializzato in libri d’arte, di fotografia e per bambini. Centoventuno come i giorni che resterà aperto – fino al 18 marzo 2010 –, prima di svanire, anch’esso, nel nulla.
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Fondata nel giugno del 2006, è un’iniziativa che è riuscita a ritagliarsi spazi importanti in Italia come centro di creatività e cultura in movimento, grazie ai numerosi affetti da creatività che la frequentano ed i tanti contatti con artisti da tutto il mondo.
In questi 3 anni di attività abbiamo riscontrato i pregi e le
potenzialità sia del mercato sia degli operatori, artisti o galleristi
del settore dell’arte.
Le domande sono sempre le stesse ma, le complessità del ramo sono
diverse e rese ancor più complesse di quanto già non lo siano in un
ambito molto articolato come quello artistico, per via di
norme, leggi e decreti che tutelano e regolamentano sia i rapporti e
gli scambi tra artisti-galleristi-collezionisti.
1.Come faccio a promuovermi?
La promozione per un artista è assolutamente essenziale per farsi conoscere e far circolare il suo lavoro.
Essa si articola in tre punti essenziali:
a) Presentazione del proprio lavoro agli operatori preposti: gallerie/mercanti
b) Mostre/esposizioni
c) Visibilità
Sembrerebbero cose scontate ma in realtà sono i primi passi per
entrare in un circuito che può influire sul destino favorevole o
sfavorevole di ogni artista.
Il come presentarsi è un biglietto da visita ed è determinante e, molti artisti, soprattutto giovani ed esordienti, pur dandosi molto da
fare, commettono errori che compromettono la loro immagine nientificando tutto il loro impegno e volontà.
Gli errori più frequenti sono:
- Inviare delle mail generiche (sparando nel “mucchio” con la
speranza che qualcuno prima o poi risponda) a gallerie o operatori che
potrebbero prendere in considerazione e valutare il loro
lavoro;
- Inviare curricula eccessivamente ridondanti e verbosi, fatti,
sovente, di intermibili liste di partecipazioni a concorsi o collettive
di secondaria importanza o presso spazi o luoghi ameni
sconosciuti e/o irrilevanti per la professione artistica;
- Inviare allegati con troppe fotografie delle loro opere (spesso file pesanti da scaricare) ;
- Inviare dei link di siti non aggiornati, cronologicamente
inesatti, difficili da visionare, troppo prolissi, o con immagini non
nitide e facilmente visionabili;
N.B.: I galleristi/operatori, soprattutto se ben inseriti e con una
notorietà, ricevono decine e decine di mail, proposte e progetti. Non
hanno il tempo di aprire leggere tutto e tutti e, spesso,
delegano a collaboratori e assistenti il compito di “selezionare” e
quindi sottoporre alla loro personale attenzione ciò che effettivamente
interessante e potenzialmente stimolante per la loro
galleria.
La maggior parte delle mail, perciò, viene cestinata o, se troppo verbosa, chiusa dopo la terza riga.
2. Mostre/esposizioni
Il mezzo per farsi conoscere,
ovviamente, è quello di esporre le proprie opere. Un esordiente che
muove i primi passi cerca di sfruttare tutte le opportunità ma
non si rende conto che esporre non è semplicemente appendere dei
quadri su una parete e invitare delle persone.
Scegliere dove e con chi esporre
significa iniziare a costruire il proprio curriculum e se si sbaglia,
gli errori poi si pagano caramente perché significa
precludersi ogni possibilità di collaborazioni di buon livello e
utili sia al proprio mercato che alla propria immagine.
Altro errore che fanno gli artisti è
di partire dal presupposto che l’ “opera” in quanto tale debba “parlare e
trasmettere da sé” ma il gallerista, spesso, tiene in
ampio conto anche il rapporto umano e vuole conosce di persona
l’artista, capire chi è, perché, cosa fa e così via.
E’ molto importante riuscire a
ottenere un appuntamento di persona e avviare una conoscenza che
potrebbe diventare il primo gradino di uno scambio e della propria
carriera.
3.Visibilità
Oggi come oggi la visibilità incide un
buon 50% se non oltre sulla fortuna o meno del lancio di un artista,
soprattutto se giovane e alle prime armi.
Molti scambiano la visibilità valutandola e mettendola sul piano di recensioni e articoli. E’ vero che in parte èanche questoperché più si viene menzionati sui quotidiani o riviste, più il nome circola e rimane impresso e
con ciò voglio sottolineare anche l’importanza di un buonufficio stampala
cui efficacia
penetrativa nell’informazione mediatica sia cartacea sia interattiva
virtuale aiuta a creare l’immagine dell’artista e a far conoscere le
sue opere.
Un
ufficio stampa non si limita a inviare qualche mail più o meno
dettagliata sull’artista o sull’evento, ma opera incisivamente
facendo da tramite fra l’informazione e la curiosità, fornendo ai
“media” le indicazioni necessarie affinchè una redazione o un capo
redattore, in mezzo a mille informazioni che riceve e allo
spazio redazionale, le scelte editoriali, i tempi e i ritmi di
stampa, scelga dipubblicare “proprio quella notizia e proprio questo artista”.
Quello dell’ufficio stampa è un lavoro
serio, meticoloso e molto ma molto accurato che né si improvvisa né si
risolve in un unico o semplice invio di un comunicato
più o meno ben redatto.
Ma lavisibilitànon
è solo
questo. Appartiene anche alla storia sia dell’artista che all’opera,
ossia al curriculum e alla quotazione, la quale non è il “prezzo” di
vendita del quadro ma è il valore che si crea e si
rilevaeffettivamentenel percorso professionale. E’ ilvalore dimostrabile e accertabileda chinque voglia diventare un acquirente e/o collezionista.
Se il quadro non è accompagnato dai certificati di autentica e diaccertabilità/rintracciabilità, se non ha un mercato dimostrabile e accertabile, verificabile in ogni momento che ne dimostri la reale
esistenza, non potrà mai entrare nella visibilità del mercato.
4. Come si crea una quotazione?
Spesso ci sentiamo fare questa domanda e non è sciocca come apparentemente può sembrare.
Una quotazione non è il prezzo di
vendita, per valutare questo si possono applicare i parametri dei
coefficienti, ma ciò non fa né mercato né quotazione.
La “quotazione” è un insieme distrategieche
creano il
valore dell’opera la quale può anche subire delle variazioni a
seconda anche delle “leggi del mercato” ma che comunque fanno la
distinzione fra un “artista professionista” e un “dilettante”, la
differenza fra la vendita e il collezionismo.
Esistono quindi deglistepprecisi, delle “regole” e delle
“metodiche”, seguendo le quali, con pazienza e pervicacia portano ad esiti concreti e soddisfacenti.
Un errore o, meglio, una sinecura
dell’artista, è quello di non assogettarsi a un regime fiscale, ossia,
di non avere una partita iva, pensando erroneamente che non
solo che sia irrilevante ma costosa.
Ci sono varie modalità che regolamentano i regimi fiscali degli artisti di cui alcuniestremamente
convenienti e a costi zero(soprattutto
per gli esordienti e chi è all'inizio) che però permettono non solo di
avere
esoneri economici privilegiati e, anzi, di poter ottenere rimborsi o
agevolazioni in diversi modi, ma avere una partita iva è uno dei passi irrinunciabili e
fondamentali per inziare a creare sia il proprio mercato che la propria quotazione perché rendedimostrabile l’attività
professionistica, perché se è vero che il mercato e il collezionismo
funzionano sulla compra-vendita delle opere e che, queste, vengono
acquistate se piacciono e se interessano per passione o
gusti all’acquirente, è altresì vero che il
“prezzo/costo/quotazione” deve essere dimostrabile e verificabile
secondo un andamento di un mercato nelle sue varie oscillazioni o,
comunque, da una
documentazione che ne attesti la validità e la veridicità,
altrimenti, ognuno può mettere il prezzo che vuole e chi acquista si
ritrova con una “ciofeca” di cui nessuno è responsabile salvo
ammettere la sua “grullità” di compratore incompetente.
Altro punto di cui gli artisti sono
ignari totalmente è il decreto sul diritto di seguito che sarebbe un
decreto per la loro stessa tutela e che, formandosi una
quotazione, permette loro di avere dei ritorni economici spettanti
man mano che le quotazioni salgono e si assestano e che, a volte, sono
abbastanza considerevoli ma che non sapendo e non
conoscendo nessuno rivendica o riscuote.
5. Catalogo o non catalogo? Vale la pena di pagare per esporre?
Anche queste sono domande frequenti.
I cataloghi non servono se uno è
all’inizio della propria attività, se non ha un buon curriculum e una
buona raccolta di articoli e recensioni scritte sul di lui o
sul suo lavoro.
Le recensioni devono essere anche
adeguate. Spesso vengono fatte da insegnanti del tutto incompetenti
d’arte che infarciscono gli scritti di paroloni o di
terminologie assolutamente improprie. Quel che si dice “aria fritta”
e un operatore competente lo rileva dopo due righe.
Oppure sono stati pagati. E anche questo un operatore di mestiere lo capisce immediatamente.
Così dicasi dei curricula in cui appaiono concorsi assolutamente irrilevanti e pagati o mostre inconcludenti.
Pagare un catalogo spesso significa
contaminare la propria immagine perché se si ha a che fare con
“galleristi” di poco scrupolo questi faranno subito qualche
calcolo: qui c’è un pollo che paga…
Mentre se si ha a che fare con
galleristi seri e competenti, un catalogo di un artista giovane suscita
subito dei sospetti…. Spesso non è vero che il “catalogo”
venga poi letto o, se lasciato sulla scrivania, memorizzi meglio
l’artista e il suo lavoro… viene infilato in mezzo ai mille che già
riceve o viene usato come peso bilanciante per qualche pezzo
traballante…
Pagare a volte invece sì, vale la
pena. Dipende dove, quando e chi… se ciò vuol dire contribuire a delle
spese e alla fatica degli organizzatori o dello spazio può
non solo essere utile ma entrare nello spirito collaborativo
migliore con i promotori/organizzatori ed aprire a scambi futuri. In
ogni caso va sempre valuto volta per volta considerando i pro e i
contro nella costruzione della carriera artistica.
6.Allora chi ha soldi ha più possibilità?
Questo è un altro equivoco da sfatare. Non si tratta di “avere soldi” ma di “investire meglio”.
Laqualità, creatività, originalità, poetica, professionalitàsono e restano i pilastri costanti per ogni artista e sono cose chenon si comprano.
Il discorso è altro. Si tratta dieconomizzaresia le risorse
quanto il tempo e le energie. Un artista deve dedicare il suo tempo al suo lavoro, al suo aggiornamento, al suo studio.
I giovani artisti sanno tutto di
Fiere, gallerie che contano, di critici influenti ma non sanno nulla di
come si muove il mercato – che spesso viene demonizzato e di
cui loro, paradossalmente non ne vogliono sapere come se fosse una
cosa disgiunta e inutile, pur ambendo ad entrarci (perché altrimenti
perché discutere di vendite, percentuali, sovvenzioni,
etc.? Perché fare mostre, cataloghi, concorsi o fiere?) – non si
confrontano con i colleghi, salvo quelli della loro modesta cerchia, ma
non all’estero.
Frequentano i vernissage solo per presenzialismo o per amicizia.
Pensano che la“professionalità”consista
solo nel “saper
dipingere” (il che a volte è anche carente o scadente) e non
nell’essere colti e informati, puntuali e rigorosi, scrupolosi e
rispettosi anche di chi lavora con loro e per loro.
Oggi come oggi, purtroppo, tutto ha un
prezzo e dal momento in cui, comunque bisogna investire, tanto vale di
farlo in modo oculato investendo sulle priorità e su
ciò che realmente conta e porta dei risultati concreti ed evidenti e
non sull’effimero e infruttuoso.
Invece di sbattersi in mostre e
concorsi inconcludenti, muoversi meno e selezionare di più e meglio,
porta a migliori risultati e a creare un efficace curriculum che
verrà preso in seria considerazione.
Invece di pagare un critico, investire
in quei circuiti che portano a una visibilità presso i collezionisti
propensi a scoprire nuovi talenti e ad investire seguendo
gli artisti nella loro carriera.
Invece che pagare un catalogo,
investire su le strategie giuste che permettono di evidenziare e far
conoscere il proprio lavoro e la propria
filosofia/poetica.
Disperdersi in mille rivoli e
tentativi non solo non porta a nessun risultato soddisfacente ma fa
perdere le occasioni giuste e tempo in modo infecondo.
No, chi ha soldi non compra la
possibilità d’emergere o la notorietà, i collezionisti o il
consolidamento della propria carriera. Forse, apparentemente, può
destare
disappunto vedere alcuni artisti incapaci di tenere un pennello o
una matita in mano, arrivati alla ribalta della notorietà e venduti a
quotazioni stratosferiche ma, a parte che rimangono delle
meteore che vanno e passano nel dimenticatoio così come sono
arrivati, a volte la loro genialità, che è opinabile di ogni giudizio
soggettivo e discutibile, è interessante constatare ciò che
hanno saputo “vendere” – seppur provvisoriamente – magari
un’originalità in un mare piatto e conformista o una concettualità
provocatoria imponente.
Quando ci si pone, criticamente, di
fronte a ciò che “sconcerta” bollandola negativamente ci si mette nella
stessa situazione di chi, inadeguato e incompetente
d’arte contemporanea pronuncia la fatidica frase: “ questo avrei
saputo farlo io” o “questo lo sa fare anche mio figlio”.
Già, peccato che tutto ciò venga dopo che è stato fatto…
7.Sono deluso perché non ottengo risultati?
Spesso gli artisti sono delusi e frustrati perché non vedono risultati.
E’ vero, il mercato, quello italiano
soprattutto, è in crisi ed è deludente ma è anche vero che, spesso, è il
risultato d'essersi mossi troppo e spesso male.
I giovani sovente hanno fretta e
vorrebbero arrivare a guadagni, notorietà, collezionismo… ma una
carriera artistica si costruisce nel tempo, col curriculum e con
scelte, nonché investimenti, oculati e mirati.
Gli artisti, soprattutto giovani, non
amano pensare al proprio lavoro come a una “professionalità” pensando,
erroneamente, che si voglia inquadrare o imbrigliare
l’arte e la creativià in etichette limitative e circostritte.
Oggi come oggi un artista è, comunque
la pensi o voglia pensare, un professionista e come tale deve adeguarsi.
In ciò non c’è nulla di umiliante o limitativo
rispetto alla liberà creativa, all’intuito, fantasia e tutto ciò che
è patrimonio esclusivo di un artista.
E’ il “modo di procedere” che deve
essere professionale. Avvalersi delle regolamentazioni non significa
essere impediti, spesso vuol dire avvalersi di possibilità,
aiuti, competenze utili e agevolati, anche economicamente nel
proprio lavoro.
Sapersi promuovere, presentare,
rivendicare i propri diritti, esigere professionalità da parte degli
operatori, rispettare contratti, tempi e modalità di chi ci
supporta e lavora con noi e per noi è ormai un’esigenza e dovrebbe
diventare una regola.
8.Nessuno fa contratti per le mostre
Un altro problema è che gli artisti non sanno farsi fare un contratto espositivo.
Mi sono sentita dire spesso: “Se
chiedo un contratto ad un gallerista divento uno spaccamarroni e nessuno
vorrà più esporre le mie opere”.
Questo è un concetto quanto di più sbagliato possa esistere!
I galleristi seri rispettano e
considerano meglio e di più chi esige un contratto o ne presenta uno lui
ben formulato, mentre tratta in second’ordine chi non chiede
e lascia le sue opere senza uno straccio di ricevuta o di modalità
precise.
Di fronte a un artista che esige un
contratto il gallerista sa di avere a che fare con un professionista
mentre nel secondo caso con un anarchico o con
dilettante.
Solo gli pseudo galleristi lavorano a
“spanne” senza lasciare nessuna traccia degli accordi o delle
responsabilità inerenti le opere, le percentuali, le
assicurazioni, e tutto ciò che riguarda la realizzazione di una
mostra o di un progetto artistico.
Coloro che “preferiscono” muoversi
senza alcuna tutela e regola, non solo non devono lamentarsi se
incontrano approfittatori e venditori di illusioni e fumo, se non
vengono pagati e presi in giro, non solo pagano personalmente la
loro faciloneria ma continuano ad alimentare quei circuiti di serie C
che si spacciano per gallerie o esperti che ingrassano
sull’ignoranza e sulla paura degli sprovveduti ai quali
presenteranno sempre stumenti e spazi a pagamento incrementando
illusioni e chimere.
Gli artisti che finiscono in queste
reti non solo non realizzano un curriculum serio ma addirittura lo
inquinano in modo deleterio in modo tale che un operatore
serio e competente leggendolo scarterà a priori senza nemmeno voler
visionare le opere impedendogli ogni opportunità di entrare in un
circuito promettente.
FAQ.2
Dopo FAQ.1 - domande frequenti - ampliamo le informazioni per essere
sempre più chiari e trasparenti rispondendo alle mail che ci arrivano:
premettendo che il mercato e sistema dell’arte è notevolmente
cambiato e i criteri in uso fino agli inizi degli anni ’80 sono
“deceduti” (non scaduti ma deceduti) e che, piaccia
o non piaccia, ormai anche le gallerie sono aziende
(senza entrare in critiche e disquisizioni positive o negative) e come
tali devono agire in regime d’impresa e far quadrare
bilanci, rapporti con le banche, tasse e quant’altro, queste non
investono più su artisti esordienti che non apportino visibilità e
certezze. A lato, nascono sempre più luoghi a pagamento. I
prezzi variano a seconda delle specie e delle categorie, alcuni
spazi che possiamo definire Vanity Gallery, che
assecondano l’aspirazione dell’artista che vuole mettersi in
vetrina, sperando che una mostra lo faccia conoscere o vendere le
proprie opere, altri fanno pagare, a seconda della posizione, del sede
importante o storicizzata o del loro brand identity.
Qualche operatore metterà a disposizione dei servizi (ed è sempre
importante chiedere chiaramente e farsi fare un contratto), qualcun
altro metterà a disposizione solo lo spazio e le spese di
base (luce, riscaldamento, pulizie, eventuale presenza durante
l’esposizione) lasciando che il resto sia a carico dell’organizzatore o
artista.
Le domande e le mail che ci vengono rivolte sono dunque in base a questi concetti e/o aspettative:
1) Vorrei collaborare con voi: di solito per collaborazione l’artista intende: mi offro per fare una mostra da voi. Vi do i
miei quadri/opere in cambio di una percentuale.
Poiché non siamo galleristi, promoter, mercanti, venditori innanzitutto in un periodo in cui non si vende una cippa è come promettere aria fresca. Tale richiesta
è ormai obsoleta perché attinge al vecchio enunciato “L’artista dipinge, il gallerista vende”
che, purtroppo, oggi non vale più. Soprattutto in Italia in cui le
vendite delle
opere d’arte sono allo 0,75% (e trattasi comunque di vendite di
artisti storicizzati o già inseriti nel mercato secondario) rispetto al
40% circa delle vendite all’estero.
2) Vorrei esporre da voi (ma non pago): Idem come sopra. Non è chiaro che qui non ci si rivolge ad una galleria etc. Pure come il “non
pago”, in quanto, noi come agenti mettiamo a disposizione dei servizi che vanno dalla tutela alla promozione con progetti atti a supportare
l’artista là dove da solo non riesce, non conosce, non può
in quanto preso dal proprio lavoro non ha, spesso, la possibilità, il
tempo, il denaro, il personale, le entrature e la
capacità reale di sapere come è meglio presentarsi, che
comunicazione dare di sé e del proprio lavoro, dove è meglio partecipare
e dove no, come costruirsi un curriculum valido ed efficace, a chi
rivolgersi e così via. Non è un difetto, è una realtà, se l’artista
dipinge e se, come oggi accade, difficilmente si confronta con altri
colleghi o ha occasione di viaggiare e fare degli stage
all’estero, non avrà ai una visione reale e concreta delle sue
possibilità perché, preso dalle sue aspettative, difenderà a spada
tratta il suo lavoro e non avrà nessun interlocutore dissenziente
che gli farà notare le lacune, i difetti, gli errori che commette.
Ci vuole un elemento terzo non coinvolto emotivamente che, dopo aver valutato, studiato, monitorato etc. sia in
grado di capire cosa e dove bisogna correggere e dove risaltare e potenziare.
3) So benissimo come funziona il mercato:
spesso questa conoscenza si limita nel conoscere i nomi dei critici,
delle riviste di
settore, delle Fiere d’Arte, delle Biennali. Questa non è
conoscenza. Conoscere significa comparare il mercato. Significa inoltre
conoscere le leggi che oggi vengono applicate in materia di
transazioni di vendita, delle documentazioni richieste, senza le
quali si rischia ormai sia delle penalizzazioni pecuniarie sia penali.
All’artista italiano tutto ciò non riguarda e, non
comprende che ignorare ciò può condurlo a gravi e seri problemi.
4) L’artista non può essere imprenditore: la confusione che l’artista italiano fa è nel rivendicare la libertà creativa ed
pittorico/espressiva come se fosse scissa dal prodotto. Essere imprenditore di sé stessi non significa abdicare alla libertà creativa, che questo è un dono impagabile
dell’artista, ma ciò non toglie che l’opera, nel momento in cui viene esposta è un prodotto, elevato, poetico, artistico e quant’altro si vuol riconoscere, ma è in
vendita e come tale ha anche un iter economico e fiscale. Mancare su questo piano, non solo si è incoscienti ma fortemente egocentrici, in quanto chi acquista,
per pochi o molti euro, per passione o per investimento vuole essere tutelato.
Spesso l’artista confonde il prezzo con la quotazione
(la quale si forma attraverso un iter preciso e non è la semplice
applicazione dei parametri coefficienti) e capita
all’acquirente di acquistare un quadro/opera presso una “galleria” o
studio dell’artista a un tot. e scoprire che l’artista poi, presso
altre sedi, spezi o situazioni, mette in vendita a meno o
di più le proprie opere. Questo fra l’altro, oltre la crisi
economica attuale, è uno dei motivi di sfiducia nell’investimento d’arte
in Italia. Molti galleristi/mercanti negli anni passati hanno
speculato (e artisti pure) e spesso chi ha acquistato c’è trovato in
mano delle emerite ciofeche sopravvalutate. Oggi, i pochi acquirenti e appassionati d’arte sono più accorti e
non s’addentrano nel collezionismo senza avere delle tutele.
E’ importante quindi che le opere siano accompagnate dai certificati
regolamentari (non basta più solo l’autentica), che il prezzo sia
verificabile, che esista un archivio delle opere cui fare
riferimento in caso di diatribe o dubbi e molto altro ancora. Questo
significa essere “imprenditore” ed è di competenza dell’artista che,
volente o nolente, è lui che deve
garantire che ciò che vende non solo è autentico e che è sua la proprietà intellettuale e creativa, che l’opera non è stata trafugata o falsata,
che la cifra richiesta è rintracciabile attraverso un archivio
specifico e dimostrare che il prezzo non è inventato secondo l’umore e
l’estro del momento. Per cui, oggi, l’artista ha anche queste
responsabilità, ormai fanno parte della sua professione oltre quella di dipingere.
5) Solo quelli che hanno i soldi ce la fanno: anche questa convinzione va sfatata. Almeno per quanto ci riguarda. In ogni caso se è
vero che chi ha possibilità economiche ha maggiori chance perché può permettersi se non di comprare tutto o chiunque
ma di permettersi c’accedere alle informazioni e alle
consulenze adatte o prestigiose di chi non ne ha. E’ lapalissiano.
Chi ha soldi viaggia, si informa, confronta i prezzi, sceglie il meglio.
Ecco perché, senza volerci fare pubblicità, siamo
diventati agenti: per permettere a tutti (premettendo che la qualità
è la condizione sine qua non) con investimenti equi,
d’avere le stesse possibilità di chi, economicamente è
più agevolato. I nostri servizi quindi servono all’artista al fine
di perdere meno tempo a cercare, d’essere informato e d’essere tutelato.
Aggiungo inoltre che, se è vero (apparentemente) che si
assiste a nomi che salgono e scendono nella Borsa dell’Arte non è
perché hanno pagato ma perché è sistema che è cambiato. S’è consolidata sempre più una
Borsa che agisce come ogni Borsa dell’economia, con
azioni che salgono o scendono. C’è sempre stata solo che era più
defilata e meno conosciuta. Con l’avvento dei mercati
emergenti (India, Paese Arabi, Cina, Russia etc.) i capitali hanno
trovato nuove frontiere di investimento. Ma nell’arte ci sono sempre
state figure e politiche non di semplice orientamento ma di
pilotare il collezionismo e il mercato. Così come
il credere che l’arte debba essere lontana dalle politiche o dai poteri
e, qui, senza perdermi in lunghe e noioso
disquisizioni, invito a leggere l’articolo: http://www.collezionedatiffany.com/come-pollock-ha-sconfitto-il-comunismo/ consigliando anche ti tenere
d’occhio questo blog molto serio e professionale.
Per concludere, ma ci sarebbero ancora molti quesiti da affrontare,
invito coloro che vogliono proporre o proporci i loro lavori, di leggere
attentamente e capire che noi offriamo
servizi dove, ovviamente, sono comprese delle esposizioni ma le mostre non sono né il nostro obiettivo né il senso del nostro operato. Le mostre
sono uno strumento per monitorare il mercato dell’artista, per raccogliere dati utili e necessari per capire, assieme a lui e difendere i suoi interessi come è
giusto e meglio procedere affinchè, l’artista, incontri il suo mercato.
6) Avete dei consigli da darmi: a prescindere
che non abbiamo la sfera di cristallo per cui non conoscendo l'artista
(e non basta vedere le sue opere) non
sapendo come si è mosso, quali errori ha commesso nel promuoversi e
come potenziare al meglio il suo lavoro (il che significa pianificare e
progettare ad hoc) non possiamo dare consigli se non
quelli generali che sono inseriti nella serie delle domande frequenti sotto
elencate. Inoltre è come chiedere ad un professionista avvocato,
commercialista, esperto
della comunicazione d'avere una prestazione professionale gratuita e
credo sia difficile incontrare un professionista che elargisca donando
la propria esperienza fatta in anni di lavoro,
contatti, studio, e quanto si voglia in cambio di una pacca sulla
spalla. Oguno, ovviamente, lavora e per vivere, tenere aperto uno
studio, pagare collaboratori, tasse e tutto ciò che serve ad
ogni attività vuole essere ricompensato e l'esperienza che si è
fatta sul campo è frutto del suo investimento, è il suo patrimonio, la
sua credibilità e non può nè regalarla nè svendere.
Noi siamo un’associazione no profit ma non di beneficienza, forniamo
servizi e consulenze professionali non gratuite. I costi dipendono
dalle necessità degli interventi che debbono essere
approntati, quindi su pianificazioni individuali, anche abbiamo
delle tabelle fisse ma in relazione al mercato/settore di competenza.
Per esempio, occuparsi dell’ufficio stampa, non significa
limitarsi a creare un buon comunicato e spedirlo alle redazioni. E’
un lavoro lungo e complesso e impegna da 2 a 3 mesi di lavoro e impegno
ad ogni evento. Normalmente i costi di un ufficio
stampa professionale e serio comportano un investimento che varia
dai 1200 ai 4000€ al mese. Ai nostri artisti viene offerto per 12 mesi
incluso ad altri servizi necessari e facendo un paragone,
volendo monetizzarlo a 100€ al mese per ogni mostra, esposizione o
evento cui l’artista organizzerà o parteciperà al di fuori del rapporto o
dei progetti con la nostra associazione. La tutela
legale è praticamente gratuita per i nostri associati. Qualsiasi
controversia, contratto non rispettato, pagamenti non ricevuti, danni o
scomparsa di opere durante mostre, concorsi etc. può
rivalersi gratuitamente dell’intervento del legale messo a
disposizione.
Ecco perché non possiamo accogliere né gratuitamente né le proposte di uno scambio o di percentuali.
Chi ritiene di non averne bisogno, chi pensa che già facendo da solo
riesce al meglio, chi crede che basti esporre per trovare acquirenti e
il proprio mercato: non ha bisogno di noi e dei
nostri servizi.
Translation (english):
Frequent questions
During the last three years of activity, we have found the merits
and the potential both of the market and of art operators, artists and
gallerists.
Questions are always the same, but topics and answers are very
complicated; even more so due to the presence of many regulatory and
legal constraints, which preserve and define relationships and
trade-offs among artist, gallerists and collectors.
1. How can I promote myself?
The promotion is absolutely essential for an artist in order to make him/her well-known and to make his/her works circulate.
There are three main points:
a. The presentation of his/her works to in charge operators: gallerists/merchants;
b. Art events/expositions;
c. Visibility.
These points may seem obvious, but they represent the first
important steps to enter a circuit, which can influence favorably or
unfavorably the doom of an artist.
The way we present ourselves is very important and many artists, in
particular if young and newcomers, despite of many efforts, do a lot of
mistakes that can compromise it all.
The most common mistakes are:
- Send generic mails (shutting everything in the “pile”, hoping in
an answer sooner or later) to gallerists and operators who could
consider their works;
- Send redundant and tight CVs, made, as usual, of endless lists of
partecipations in contests, unimportant collective exhibits or unknown
and irrelevant places for an artistic career;
- Send attachments with too many images (very heavy to download);
- Send links of sites which are not updated, chronologically
incorrect, difficult to see, too verbose without clear and visible
images.
N.B. Gallerists/operators, in particular if noticed and integrated,
collect a lot of e-mails, proposals and projects. They haven’t got
enough time to read everything and, usually, instruct
collaborators and assistants to make a selection and then show them
what could be more interesting for their own gallery.
The majority of e-mails are cancelled and closed after reading the first three lines if their are too verbose.
2. Exhibits/expositions.
The way to make yourselves noticed is the exposition of your works,
for sure. A newcomer usually tries to use all the opportunities, without
understanding that the exposition is more than just
putting his/her works on walls and inviting people.
Choices about where and with whom to expose mean starting to create a
CV and if he/she is wrong, he/she will be severely affected by his/her
mistakes because these can preclude every opportunity
of a useful and good collaboration for his/her market and image.
Another mistake is thinking that an art work should “speak and
transmit itself” and gallerists usually take in high consideration the
human relationship and they want to meet personally an artist
in order to have some important information about him/her, his/her
works, his/her way of working, and so on.
It is very important to obtain a date and start an acquaintance that should become the first step of a career.
3. Visibility.
Today visibility is about 50% of the successful launch of a new artist, in particular if young and unexpert.
Many people think about visibility as articles and reviews. And this
is partly true because the more you are quotated on newspapers and
magazines, the more your name goes around and is
remembered. Saying this, it is important to stress the role played
by a good Press Office, whose penetration ability on media, both virtual
and on paper, helps in creating the artist image and in
making his/her works known.
A Press Office is not just interested in sending emails, more or
less detailed, about an artist or an event, but it works as a channel
between information and curiosity, giving media the
necessary information in order to make the editorial staff or
director choose to publish exactly THAT event and/or THAT artist (taking
into consideration all the other information they received,
editorial space, choices, time and pace of printing).
The role played by the Press Office is complicated and very
accurated. It can’t be improvised nor it can consist just in sending a
single press release.
However, visibility is not simply this. It is a part of the artist
and his/her works – in other words it is related to CV and quotations.
The quotation is not the price of a printing, but the
value created and effectively found in his/her professional career.
It is the value demonstrable and verified by anyone who wants to be a
customer or/and a collector.
If a painting is not characterised by a document of autenticity and
demonstrability/traceability and if it can’t be referred to a market
verifiable in every moment, proving its existence, it
won’t be able to enter the market visibility.
4. How are quotations created?
Many people ask us about quotations, and questions about that are not so foolish.
Quotation is not sale price: sale price can be evaluated using
parameters of coefficients but it is far from both market and quotation.
The quotation is a set of strategies which create the value of a
work and that are also quite dinamic according to market changes and
rules. They are fundamental to make the difference between a
“professional artist” and a “new” one, between sales and collecting.
There are some steps which should be followed carefully in order to get some concrete and satisfying results.
The VAT number is quite commonly something artists don’t care about.
This because he/she wrongly believes it is something expensive and
useless.
There are many modalities of regulation of tax regimes for artists,
some of them extremely convenient and without cost (more for beginners),
which are very useful for having economic speciality
reliefies, refunds and facilitations. Moreover, a VAT number is one
of the essential and necessay steps to the end of having your own market
and quotations because it is a proof of a professional
career.
Market and collecting are based on a buy-purchase rule and the
choice of buying or not an art work is linked for sure to the aesthetic
flavour and the passion of a buyer. But it is very important
to consider that the price/cost/quotation have to be verified and
tested by a market system (and its fluctuation) or by a documentation
which guarantees validity and veridicity. Otherwise,
everyone would put the price that he/she prefers and the purchaser
would buy a low-quality work nobody is responsible of, with the result
of being connotated as an unqualified buyer.
Another thing that is completely ignored by artists is the
administrative order about the Artist’s Resale Right, which wants to
guarantee artists’ safety by an economic upturn derived from a
growth and settlement of their quotations. Sometimes economic
upturns can be very relevant but, without knowledge, no one asks for
them.
5. Catalogue or not catalogue? Should we pay for exposing?
These are common questions, too.
Catalogues are useless for who is just at the beginning of a career,
hasn’t got a CV nor a good collection of articles and reviews about
him/her or his/her works.
Reviews should be appropriate, too. Usually they are made by
teachers totally incompetent about art who just use big and wrong words.
The so-called “hot air” is something that an operator can
immediately recognise. Or they are paid and also in this case an
operator easely understands the truth.
This is the main impression we get from CVs in which are described irrilevant and paid contests and ineffective exhibits.
Paying for a catalogue usually means to ruin your image because, in
case of a relationship with a gallery owner with no scruples, such
gallery owner will start thinking of you as the “chicken”
who pays…
Instead, taking into consideration serious and competent gallery
owners, the catalogue of a young artist is something suspicious…usually
it isn’t really read or, if left on a desk, it doesn’t
become an instrument to make an artist more memorable: it will be
put among the many that a gallerist often receives or it will be used as
a physical support for other “shaky” works.
Sometimes paying for exhibits could be useful. It depends on where,
when and who…if it means giving a contribute to the costs, to the
staff/promoters and to the space it can improve collaborative
spirit towards organisers/promoters and open the way to future
exchanges. Anyway, each single case should be considered according to
the benefits and disadvantages it can provide towards building
up an artistic career.
6. So, do those who have money, have more possibilities?
This is another misunderstanding to debunk. It is not about “having more money” but “investing them in a better way”.
Quality, creativity, originality, poetry and competence are the main features of an artist and you can’t buy them.
However, the problem is different. It is important to economize
resources, time and energy. An artist should dedicate his/her time to
his/her work, updating and studies.
Young artists know everything about exhibits, powerful galleries and
influent critics but they don’t know how the market is moving - the
market is usually demonized by artists who paradoxically
prefer not to know anything about it. They view the market as
something disjointed and useless for them but also look at it with the
desire to be a part of it (otherwise, why do they discuss
about sales, percentages, grants? Why do they make exhibitions,
fairs, catalogues, contests?)-. They don’t compare themselves with
foreign colleagues.
They attend vernissages only to keep themselves in the public eye or for friendship.
They think that professionalism is only about “knowing how to paint”
(and sometimes there are very low performers from this point of view,
too) and not about being cultured, well-informed,
accurate and rigorous, scrupulous and respectful of the people who
work with them and for them.
Nowadays, everything has unfortunately a price: if we have to
invest, we should make it in a shrewd way, investing on priorities and
on what is really important to the end of having real and
concrete results, instead of something unfruitful and fleeting.
Instead of taking part into ineffective exhibitions and contests,
artists must make less things and select more and better. This brings
results and improves their CV, which thus become highly
valued.
Instead of paying a critic, artists must invest on that circuits
which allow them to be in touch with collectors who want to find new
talents and invest in new artistic careers.
Instead of investing on catalogues, artists must invest on the right
strategies that can help them towards stressing and making visible
their works and philosophy/poetry.
Loosing your energies with so many attempts does not bring you any
result and, even more, makes you loose important occasions and time.
No, those who have money can’t buy the possibility to rise,
notoriety, collectors and a successful career. Maybe, apparently, seeing
artists who are unable to hold correctly a pencil or a paint
brush and who have fame and very high quotations can be
disappointing; but usually these are meteors who pass as fast as they
will be forgotten, and their “genius” is something subjective and
questionable. However, it is quite interesting to analyse what they
are going to “sell” provisionally: something original in a flat and
conformist environment or a high provocative concept.
When you criticise something because it “disconcerts” you, you won’t
be so different from those art-unqualified people who usually say: “I
can do this, too” or “my son can do that, too”… Well,
this is nevertheless stated after the work has been completed
already.
7. I am disappointed, why don’t I have any result?
Artists are often disappointed and sad because they don’t see any result.
The market, in particular in Italy, is in the doldrums for sure; but
usually these kinds of problems are the final result of moving too
frequently and in a bad way.
Young people are in a hurry to get money, notoriety, collecting…but
building up an artistic career is a long process with CVs, choices and
focused and shrewd investments.
Artists, in particular if young people, don’t love thinking about
their job as a “profession” because they feel it as a way to define art
and creativity with delimited and circumscribed labels.
On the contrary, nowadays an artist is a professional, so he/she
must adapt to this idea. It is nothing negative or in contrast with free
creativity, intuition, fantasy and everything that is
usually linked to the original idea of being an artist.
The “way to go” must be professional. Using regolamentations does
not mean facing obstacles, but having possibilities, help, useful
competences and economic reliefs.
Knowledge about promotion and presentation, being able of claiming
rights, asking operators to be professional, respecting contracts, time
and the way of working of those who work with and for
us, are needs that should become rules.
8. Nobody does exhibitions contracts.
Another problem is that artists are unable to have an exhibition contract.
A lot of people tell me: “If I ask gallery owners to have a
contract, I will annoy them and nobody will ever expose my works”.
This is absolutely wrong!
Serious gallerists respect and appreciate a lot those artists who
ask for a contract or present one already written; while they have a low
consideration for those who don’t ask for anything and
just leave his/her works in their places with no receipts or
detailed procedures.
In front of an artist who asks for a contract, a gallerist
understands he/she is dealing with a professional; otherwise, where no
contract is asked for, he/she considers the artist as an
anarchist or a beginner.
Only the fake gallery owners work with guesstimates without any
contract nor responsability towards works, percentages, insurance
policies and everything which is concerned with an exhibition’s
organization and artistic projects.
People who prefer to go on without rules and protections can’t
complain about profiteers, “smoke” seller, the absence of economic
entrances and being taken for fools. Even more they don’t just
pay personally for their superficiality, but they also incite the
kind of business based on fake gallerists and experts, who propose
instruments and places with fees to uninformed and scared
people, creating illusions and hopes.
Artists who fall into this kind of circuit usually don’t present a
serious CV or pollute it in a deleterious way. Therefore, a serious and
expert operator will throw their CV away without looking
at works. As a consequence, the artist is not allowed to enter a
good and promising circuit.
Sei creativa e vuoi vivere di ciò che realizzi con le tue mani? ecco cosa fare e come iniziare a guadagnare vendendo le tue idee
Sei creativa e vuoi vivere di ciò che realizzi con le tue mani? Bijoux, sciarpe, borse... Dietro questo tipo di attività c'è di solito una grande passione che bisogna cercare in tutti i modi di trasmettere al cliente. L'amore per le proprie creazione deve trasparire dai gesti, da come si maneggiano gli articoli, dalle parole che si usano per descriverli. Insomma, stiamo parlando di un lavoro artistico, e un po' artisti bisogna sentirsi.
- Devi iscriverti all'albo degli artigiani, e non a quello dei commercianti. I costi sono minimi soprattutto se non ci sono macchinari: dipendono esclusivamente dai materiali e dal locale che può essere anche molto piccolo, es. 10 mq. Non serve il retrobottega perchè è bello che la gente quando entra veda l'artigiana/o sul banco di lavoro che crea.
- Aprire un negozio non è difficile soprattutto se si rientra nella categoria degli esercizi di vicinato, ovvero se il locale non supera i 150 mq nei comuni con più di 10mila abitanti e i 50 nei comuni più piccoli. Ecco cosa occorre nel dettaglio:
1. una comunicazione da presentare al Municipio compilando il modello COM1 (si ritira in Comune o alla Confesercenti); vi si scrivono i dati dell'esercizio (grandezza del locale e tipo di commercio), l'autocertificazione dei requisiti morali (antimafia e assenza di procedimenti penali) e quelli sanitari e urbanistici del locale (deve avere la destinazione d'uso commerciale). Dopo 30 giorni, senza bisogno di ricevere una risposta, si può aprire la nuova attività
2. l'attivazione della partita IVA (è gratuita) e la comunicazione alla Camera di Commercio che assegna il numero da utilizzare per il registratore di cassa
3. L'iscrizione al registro delle imprese della Camera di Commercio, da fare entro 30 giorni dall'apertura del negozio. Occorrono 14,62 euro più 21 euro per la segreteria e un diritto annuale che varia di città in città (a Roma sono 80 euro ad esempio)
4. L'autorizzazione per l'insegna da chiedere al Comune (si paga una tassa che varia da zona a zona)
5. L'iscrizione all'Inps: si versa un contributo fisso di 900 euro a trimestre e altri due versamenti annuali in percentuale sul reddito (circa il 14-16 per cento)
Se sei donna e, più che un negozio, hai in mente di metter su una piccola impresa puoi beneficiare dei vantaggi offerti a sostegno dell'imprenditoria femminile. Le donne sono tutelate dalla legge per l'imprenditoria femminile. Per accedervi bisogna aspettare la pubblicazione del bando per l'assegnazione dei fondi sulla Gazzetta ufficiale, quindi si presenta alla regione un business plan dove si spiega il tipo di attività che si intende avviare, quante persone avrai alle tue dipendenze ecc.
Chi rientra in graduatoria ottiene il 50 per cento dell'investimento a fondo perduto e il resto a tasso agevolato. Per presentare un progetto convincente e completo puoi rivolgerti:
A cosa fare attenzione
L'ostacolo più grande in questo tipo di attività è farsi conoscere. L'ideale all'inizio è partecipare a mercatini e fiere locali e mettere in conto almeno due anni per farsi una clientela (anche il passaparola in questi casi è fondamentale). Trovi il calendario dei mercati, regione per regione sul sito www.hobbydonna.it . Per farti un'idea puoi andare a fare una visita ai negozi del "Commercio equo e solidale" su www.assobdm.it e www.altromercato.it
Vi presentiamo qualche giovane creativa che ce l'ha fatta e adesso propone le proprie creazioni in gito per mercatini, in negozio o sul web!
Iniziamo con Elena Cecchetti, 23 anni, di Firenze ma reduce da un lungo Erasmus a Siviglia, ideatrice del marchio di bigiotteria artigianale Nonna Ubolda che porta in giro per i mercatini e le fiere del centro Italia. Elena ha iniziato un anno e mezzo fa con alcune amiche a realizzare orecchini, collane, braccialetti ecc. con perline di plastica, legno e vetro montati su fili di materali diversi: caucciù, spago, rame, argento, filo da giardinaggio.. insomma un po' di tutto!
"L'idea è nata da una grande passione per i pendenti"- ci racconta Elena - "diciamo pure che sono una maniaca! Quindi mi son detta, perchè non farli da sola! Vedendo poi che le mie creazioni piacevano alle amiche ho deciso di venderle. La soddisfazione più grande è vedere la faccia delle persone quando si fermano a guardare quello che tu hai fatto con le tue mani e ti fanno i complimenti. Inoltre fare mercatini è un'occasione splendida per incontrare gente che ha voglia di creare, fare, scambiarsi idee e cose".
Potete scrivere ad Elena per chiederle consigli sulla sua attività, per sapere dove esporrà i suoi oggetti o altro a elena_cecchetti@libero.it
Clizia Ornato, 27 anni, vive e lavora a Bologna. Crea gioielli e accessori usando i materiali più disparati, dai francobolli ai ritagli di tessuto. I bracciali postali, creati con veri francobolli originali di tutto il mondo, sono le creazioni che l'hanno fatta conoscere. Laureata al DAMS di Bologna con una tesi in antropologia sui griot dell’Africa occidentale, Clizia dimostra la sua attrazione per le diverse culture che si palesa nelle sue collezioni. Collezioni che potete ammirare nel suo sito Clizia Ornato
Le Dissociate sono quattro ragazze di Milano: Stefania Casacci, Cristiana del Buono, Benedetta de Bartolomeis Monica Battistella, tutte intorno ai 28 anni che si conoscono dall'università, si occupano di comunicazione visiva e hanno creato un laboratorio dal nome Sartoria Vico. Le loro creazioni sono molto versatili e vanno dalle borse in feltro alle sciarpe trasformiste, ai fermagli, fino ai costumi. Visitate il loro sito per farvi un'idea: SartoriaVico
Margherita Marchioni ha 29 anni e vive e lavora a Roma. Per le sue creazioni usa davvero tutto quello che può capitarle tra le mani e infatti il suo marchio ha il bellissimo nome di MateriaMorfosi: dalle matite colorate con le quali crea borse di varie misure, ai tappi dello spumante e la pasta con i quali dà vita a bellissimi bijoux, così come viti e bulloni che nelle sue mani diventano sensuali gioielli. Provare per creder visitando il suo bellissimo sito MateriaMorfosi
Molte creatrici di bigiotteria (ma non solo) hanno aperto dei veri e propri negozi virtuali sul web. Proprio grazie ad Ebay i creativi hanno la possibilità di vendere e farsi conoscere senza dover aprire un vero e proprio negozio e quindi con pochissime spese.
Le regole che fanno di un venditore, un venditore doc
1. Sorridete, siate sempre di buon umore e pazienti. Non è importante solo la merce che si propone, ma anche e soprattutto a volte, il modo come lo si fa
2. Salutate sempre chi entra in negozio o si avvicina al vostro banco al mercato, anche se siete impegnati con altri clienti
3. Il bancone è una barriera alla comunicazione. Se potete inseritelo nell'arredamento come piano di lavoto o appoggio
4. Nessun cliente è mai una perdita di tempo. Chi non compra oggi potrà comprare domani o comunque consigliare il vostro lavoro ad altre persone
6. Siate preparatissimi su tutti i prodotti che vendete. La più grande differenza questo tipo di shopping e quello ad esempio in un centro commerciale, è che l'acquirente può vedere in faccia chi produce la merce o perlomeno avere dal venditore delle informazioni abbastanza certe sulle origini del prodotto, su chi e come l'ha creato
7. Cercate di dare buoni (e obiettivi) consigli a chi vi chiederà una opinione sull'acquistare un oggettopiuttosto che un altro
8. Ai clienti più interessati potete chiedere i dati, magari la mail, così da informarli su promozioni, novità e quant'altro legate alla vostra attività
9. Salutate sempre con cortesia: il saluto finale influenza la propensione del cliente a prendervi in considerazione per acquisti futuri. Lo stesso dicasi anche per chi non ha comprato nulla: ditegli che vi dispiace di non averlo potuto accontentare
10. Almeno all'inizio non alzate eccessivamente i prezzi! D'accordo far entrare nella cifra la manodopera, il costo dei materiali e di eventuali macchinari e il valore aggiunto del "pezzo unico" ma se i costi sono troppo alti riceverete sì tanti complimenti, ma ben poche entrate!
Sei creativa e vuoi vivere di ciò che realizzi con le tue mani? Bijoux, sciarpe, borse... Dietro questo tipo di attività c'è di solito una grande passione che bisogna cercare in tutti i modi di trasmettere al cliente. L'amore per le proprie creazione deve trasparire dai gesti, da come si maneggiano gli articoli, dalle parole che si usano per descriverli. Insomma, stiamo parlando di un lavoro artistico, e un po' artisti bisogna sentirsi.
Come iniziare?
- Devi iscriverti all'albo degli artigiani, e non a quello dei commercianti. I costi sono minimi soprattutto se non ci sono macchinari: dipendono esclusivamente dai materiali e dal locale che può essere anche molto piccolo, es. 10 mq. Non serve il retrobottega perchè è bello che la gente quando entra veda l'artigiana/o sul banco di lavoro che crea.
Aprire un negozio non è difficile soprattutto se si rientra nella categoria degli esercizi di vicinato, ovvero se il locale non supera i 150 mq nei comuni con più di 10mila abitanti e i 50 nei comuni più piccoli. Ecco cosa occorre nel dettaglio:
una comunicazione da presentare al Municipio compilando il modello COM1 (si ritira in Comune o alla Confesercenti); vi si scrivono i dati dell'esercizio (grandezza del locale e tipo di commercio), l'autocertificazione dei requisiti morali (antimafia e assenza di procedimenti penali) e quelli sanitari e urbanistici del locale (deve avere la destinazione d'uso commerciale). Dopo 30 giorni, senza bisogno di ricevere una risposta, si può aprire la nuova attività
l'attivazione della partita IVA (è gratuita) e la comunicazione alla Camera di Commercio che assegna il numero da utilizzare per il registratore di cassa
L'iscrizione al registro delle imprese della Camera di Commercio, da fare entro 30 giorni dall'apertura del negozio. Occorrono 14,62 euro più 21 euro per la segreteria e un diritto annuale che varia di città in città (a Roma sono 80 euro ad esempio)
L'autorizzazione per l'insegna da chiedere al Comune (si paga una tassa che varia da zona a zona)
L'iscrizione all'Inps: si versa un contributo fisso di 900 euro a trimestre e altri due versamenti annuali in percentuale sul reddito (circa il 14-16 per cento)
Se sei donna e, più che un negozio, hai in mente di metter su una piccola impresa puoi beneficiare dei vantaggi offerti a sostegno dell'imprenditoria femminile. Le donne sono tutelate dalla legge per l'imprenditoria femminile. Per accedervi bisogna aspettare la pubblicazione del bando per l'assegnazione dei fondi sulla Gazzetta ufficiale, quindi si presenta alla regione un business plan dove si spiega il tipo di attività che si intende avviare, quante persone avrai alle tue dipendenze ecc.
Chi rientra in graduatoria ottiene il 50 per cento dell'investimento a fondo perduto e il resto a tasso agevolato. Per presentare un progetto convincente e completo puoi rivolgerti:
L'ostacolo più grande in questo tipo di attività è farsi conoscere. L'ideale all'inizio è partecipare a mercatini e fiere locali e mettere in conto almeno due anni per farsi una clientela (anche il passaparola in questi casi è fondamentale). Trovi il calendario dei mercati, regione per regione sul sito www.hobbydonna.it . Per farti un'idea puoi andare a fare una visita ai negozi del "Commercio equo e solidale" su www.assobdm.it e www.altromercato.it
Vi presentiamo qualche giovane creativa che ce l'ha fatta e adesso propone le proprie creazioni in gito per mercatini, in negozio o sul web!
Iniziamo con Elena Cecchetti, di Firenze ma reduce da un lungo Erasmus a Siviglia, ideatrice del marchio di bigiotteria artigianale Nonna Ubolda che porta in giro per i mercatini e le fiere del centro Italia. Elena ha iniziato un anno e mezzo fa con alcune amiche a realizzare orecchini, collane, braccialetti ecc. con perline di plastica, legno e vetro montati su fili di materali diversi: caucciù, spago, rame, argento, filo da giardinaggio.. insomma un po' di tutto!
"L'idea è nata da una grande passione per i pendenti" - ci racconta Elena - "diciamo pure che sono una maniaca! Quindi mi son detta, perchè non farli da sola! Vedendo poi che le mie creazioni piacevano alle amiche ho deciso di venderle. La soddisfazione più grande è vedere la faccia delle persone quando si fermano a guardare quello che tu hai fatto con le tue mani e ti fanno i complimenti. Inoltre fare mercatini è un'occasione splendida per incontrare gente che ha voglia di creare, fare, scambiarsi idee e cose".
Potete scrivere ad Elena per chiederle consigli sulla sua attività, per sapere dove esporrà i suoi oggetti o altro a elena_cecchetti@libero.it
Clizia Ornato, 27 anni, vive e lavora a Bologna. Crea gioielli e accessori usando i materiali più disparati, dai francobolli ai ritagli di tessuto. I bracciali postali, creati con veri francobolli originali di tutto il mondo, sono le creazioni che l'hanno fatta conoscere. Laureata al DAMS di Bologna con una tesi in antropologia sui griot dell’Africa occidentale, Clizia dimostra la sua attrazione per le diverse culture che si palesa nelle sue collezioni. Collezioni che potete ammirare nel suo sito Clizia Ornato
Le Dissociate sono quattro ragazze di Milano: Stefania Casacci, Cristiana del Buono, Benedetta de Bartolomeis Monica Battistella, tutte intorno ai 28 anni che si conoscono dall'università, si occupano di comunicazione visiva e hanno creato un laboratorio dal nome Sartoria Vico. Le loro creazioni sono molto versatili e vanno dalle borse in feltro alle sciarpe trasformiste, ai fermagli, fino ai costumi. Visitate il loro sito per farvi un'idea: SartoriaVico
Margherita Marchioni ha 29 anni e vive e lavora a Roma. Per le sue creazioni usa davvero tutto quello che può capitarle tra le mani e infatti il suo marchio ha il bellissimo nome di MateriaMorfosi: dalle matite colorate con le quali crea borse di varie misure, ai tappi dello spumante e la pasta con i quali dà vita a bellissimi bijoux, così come viti e bulloni che nelle sue mani diventano sensuali gioielli. Provare per creder visitando il suo bellissimo sito MateriaMorfosi
Molte creatrici di bigiotteria (ma non solo) hanno aperto dei veri e propri negozi virtuali sul web. Proprio grazie ad Ebay i creativi hanno la possibilità di vendere e farsi conoscere senza dover aprire un vero e proprio negozio e quindi con pochissime spese.
Le regole che fanno di un venditore, un venditore doc
Sorridete, siate sempre di buon umore e pazienti. Non è importante solo la merce che si propone, ma anche e soprattutto a volte, il modo come lo si fa
Salutate sempre chi entra in negozio o si avvicina al vostro banco al mercato, anche se siete impegnati con altri clienti
Il bancone è una barriera alla comunicazione. Se potete inseritelo nell'arredamento come piano di lavoto o appoggio
Nessun cliente è mai una perdita di tempo. Chi non compra oggi potrà comprare domani o comunque consigliare il vostro lavoro ad altre persone
Siate preparatissimi su tutti i prodotti che vendete. La più grande differenza questo tipo di shopping e quello ad esempio in un centro commerciale, è che l'acquirente può vedere in faccia chi produce la merce o perlomeno avere dal venditore delle informazioni abbastanza certe sulle origini del prodotto, su chi e come l'ha creato
Cercate di dare buoni (e obiettivi) consigli a chi vi chiederà una opinione sull'acquistare un oggettopiuttosto che un altro
Ai clienti più interessati potete chiedere i dati, magari la mail, così da informarli su promozioni, novità e quant'altro legate alla vostra attività
Salutate sempre con cortesia: il saluto finale influenza la propensione del cliente a prendervi in considerazione per acquisti futuri. Lo stesso dicasi anche per chi non ha comprato nulla: ditegli che vi dispiace di non averlo potuto accontentare
Almeno all'inizio non alzate eccessivamente i prezzi! D'accordo far entrare nella cifra la manodopera, il costo dei materiali e di eventuali macchinari e il valore aggiunto del "pezzo unico" ma se i costi sono troppo alti riceverete sì tanti complimenti, ma ben poche entrate!
È nata a Glasgow l'iniziativa che, ha conquistato tutta la Gran Bretagna: organizzare piccoli mercati dove acquistare originali oggetti di artigianato creati da giovani con la passione per l'handmade"
“Due anni fa io e Jo volevamo imparare a lavorare ai ferri e, pian piano siamo diventate tanto brave da indossare le nostre creazioni al lavoro o per uscire con gli amici”, racconta Claire Brown, cofondatrice con Jo Bartlett della ditta Miso Funky e del mercatino Miso Funky Market.
Le frequenti richieste di amici e conoscenti che desideravano sapere dove avessero acquistato gli accessori che le due ragazze indossavano, hanno spinto Claire e Jo a esplorare fiere ed eventi di artigianato dove poter vendere le loro creazioni. Deluse allo scoprire che la maggior parte delle fiere più popolari in Gran Bretagna offriva solo antiquati capi realizzati ai ferri e costosissimi accessori e gioielli, Claire e Jo non si sono date per vinte, ma hanno deciso di metter su un mercato dove vendere le proprie originali crezioni - tra le altre, borse vintage personalizzate con bottoni, spille e fiocchi, collane e bracciali in stoffa, plastica, legno, vetro ed altri materali, pupazzi di stoffa, centritavola realizzati con vecchi vinili e scarpine e tutine per neonati – e le creazioni di altri giovani di talento.
Poco più di un anno fa, le ragazze hanno lanciato a Glasgow un mercato con scandenza mensile, il Miso Funky Market, una sorta di fiera dove poter comprare un po’ di tutto - da accessori a giocattoli e oggetti di arredamento per la casa - fatti a mano da giovani con una vera e propria passione per l’”handmade”. I mercati firmati Miso Funky sono diventati nel giro di pochi mesi popolarissimi: ora c’è un Miso Funky Market anche a Edimburgo, mentre il team Miso Funky partecipa anche a mercati in altre città britanniche come Newcastle.
Il duo lavora in tandem: Claire si concentra sui lavori a maglia, Jo crea gioielli e adora personalizzare oggetti vintage, entrambe si dividono il lavoro quando si tratta di organizzare mercati. Le ragazze della Miso Funky hanno inoltre un sito dove chi non può visitare il loro mercato può fare shopping: tra gli oggetti più popolari vi sono le spille con fiori ricamati all’uncinetto, le scarpe di stoffa e i dischi di vinile-centrotavola.
Come partecipare ai mercati? Semplice: Claire e Jo propongono una data e un luogo dove organizzare il mercato preoccupandosi di prenotare lo spazio e promuovere l’evento. A chi vuole partecipare come venditore basta inviare la propria adesione via e-mail riempiendo l’apposito modulo di partecipazione.
“In genere abbiamo un numero chiuso deciso non da noi, ma dallo spazio che affittiamo di volta in volta,” spiega Jo, “inoltre chi partecipa deve proporre oggetti realizzati a mano che siano originali e alternativi”. Interessante notare come gli artigiani che hanno aderito fino ad ora alle iniziative lanciate dalle ragazze Miso Funky siano persone comuni con una passione per gli oggetti fatti a mano. “Sono davvero in pochi gli artigiani che espongono presso i nostri mercati che hanno un titolo di studio in materie come moda o design,” racconta Claire, “la maggior parte delle persone che espongono da noi, non sono infatti designer professionisti, ma persone comuni con una grande immaginazione e talento. Tra di noi vi sono per esempio giovani che lavorano a tempo pieno in un supermercato e, nel loro tempo libero, realizzano straordinari oggetti che poi vengono a vendere nei nostri mercati, e questa è la vera novità e la forza dei nostri eventi”.
Alcuni degli artigiani che partecipano ai Miso Funky Market sono ormai famosi in Gran Bretagna: Stella My Star crea bracciali, spille e orecchini con originalissimi “charms” disponibili anche su Etsy.com; Rachael Lamb, creatrice di originali borse e gioielli ha lanciato di recente un sito, Hannah Zakari, che promuove non solo le sue creazioni, ma anche quelle di altri artigiani e designer indipendenti; la firma di Edimburgo Haberdash House, ha raccolto in pochi mesi molti consensi grazie alle sue collane e spille con vari animali realizzati in legno o plastica. Stella My Star Haberdash House (a sinistra ) e Rachell Lamb (a destra)
Jo non attribuisce la ragione del successo del Miso Funky Market solo a una reazione al mercato di massa, e al fatto che i consumatori siano alla ricerca di capi di abbigliamento, accessori e oggetti per la casa che siano nuovi e originali ed abbiano dei prezzi accessibili, ma individua in questo trend una componente “femminista”. “Le donne stanno ‘riconquistando’ i lavori fatti a mano”, spiega, “oggi incontri ragazze sull’autobus o in un caffè che lavorano a maglia o all’uncinetto e pensi che siano ragazze in gamba e che non si dedichino a lavori simili perchè si sentono represse.”
Il futuro del Miso Funky Market? Espandersi pian piano, ma senza abbandonare i suoi principi, ”Non vogliamo trasformare il nostro mercato indipendente in una enorme fiera dove una ditta o un rivenditore possano venire ad acquistare 50 pezzi dello stesso prodotto,” spiega Jo, “ma il futuro sta nell’organizzare piccoli mercati in zone diverse della città, o in città diverse. Stiamo inoltre pensando di andare in America per partecipare agli eventi ‘Bizarre Bazaar’, ma anche girare l’Italia con i nostri mercati non ci dispiacerebbe”.
Secondo Claire ci vorrà almeno un altro anno per stabilire se il Miso Funky Market è in grado di essere esportato in altri paesi oltre alla Gran Bretagna, ma il tempo non sembra essere un problema, “Siamo ragazze con i piedi ben piantati per terra e una grande passione per l’artigianato“, spiega, “ma spesso ci diciamo che, chissà, forse stiamo pian piano cercando di conquistare il mondo con la nostra iniziativa e il nostro entusiasmo”.
Conquistare il mondo sarà pure un’ardua impresa, ma, il team Miso Funky sembra aver la fiducia e le idee per farlo, inoltre, per ora, a Jo Bartlett e Claire Brown basta aver ispirato altri giovani ad unirsi a loro o a lanciare iniziative simili al Miso Funky Market in altri paesi